Giorno uno, giovedì. Valigie mollate nel nostro super appartamento affacciato sul meraviglioso Passeig de Gràcia e subito a divorare i panini di Ultramarinos Marín, in Carrer de Balmes 187, entrato ufficialmente nella Guida MICHELIN.
Tutto stupendo.

Proprio di fronte, sosta obbligata allo store dell’Espanyol – l’altra squadra di Barcellona, quella sfigata – per comprare la 10 di Pol Lozano.

Con la pancia piena siamo rientrati attraversando l’Eixample, il quartiere a scacchiera dove l’urbanistica di Cerdà incontra il Modernisme, fino a La Pedrera: qui le linee morbide di Gaudí fanno da cornice a qualcosa di decisamente meno morbido, la mostra di Anselm Kiefer.

Il contrasto è stato il primo spunto del viaggio.
Da una parte un edificio che sembra modellato a mano, dall’altra opere materiche, pesanti, stratificate. Due modi opposti di usare la materia per raccontare qualcosa: una lezione che vale anche per chi progetta interfacce.

Pomeriggio tra i negozi dell’Eixample e poi, alle 20:30, Casa Batlló in versione notturna.
Vista con il buio è un’altra cosa: luci, riflessi, il tetto a scaglie e l’aperitivo in terrazza.
Una delle esperienze di visita più curate che abbiamo mai visto, tra storytelling, contenuti digitali e ritmo del percorso.

Cena alle 22, perché qui si fa così, da Tangana: tapas rivisitate e vino rosso catalano come se piovesse.
Chiusura al Boro Bar, con la sensazione di essere arrivati da una settimana e non da dodici ore.