Giorno Due: la mattina lungo il Mississippi River ha un tono completamente diverso dalla sera.
Più largo, più lento, più grigio e più silenzioso di quanto ci si aspetti.
I battelli a pale sembrano quasi elementi di scenografia, e invece aiutano a capire quanto Memphis sia stata, prima ancora che musicale, una città di transito, commercio e frontiera.
Facciamo il brunch al The Peabody così da gustarci il lato più classico di Memphis: pancakes e huevos rancheros per partire subito carichi per una giornata che si preannuncia lunga e super interessante.
L’hotel, aperto nel 1869 e noto in tutti gli Stati Uniti come scritto in precedenza anche per la parata quotidiana delle anatre nella lobby, è uno dei simboli della città.
E se per puro caso ci trovate dentro i Lakers, tra foto, autografi e colpi di fortuna da viaggio che non si possono pianificare, il brunch si trasforma in aneddoto da conservare bene.
Da lì, il passaggio in zona Martin Luther King Jr. Avenue cambia il ritmo del racconto.
Oggi l’area restituisce una sensazione complessa: ci sono shop, attività, locali con personalità, segnali di vitalità reale, ma immersi in un contesto che porta ancora addosso segni evidenti di fragilità urbana.
È una Memphis meno pettinata, meno pronta per il turista, ma proprio per questo più leggibile.
L’arrivo al Lorraine Motel è uno di quei momenti che spostano il viaggio su un altro piano.
Nato negli anni Venti come Windsor Hotel, poi diventato Marquette e infine acquistato nel 1945 da Walter Bailey, fu rinominato Lorraine in onore della moglie Loree e della canzone “Sweet Lorraine”.
Durante la segregazione divenne un riferimento importante per la clientela afroamericana e, il 4 aprile 1968, fu il luogo dell’assassinio di Martin Luther King Jr., colpito sul balcone davanti alla stanza 306.
Il National Civil Rights Museum, sviluppato proprio attorno al Lorraine Motel, è una delle visite più forti da fare in città.
Il museo (che a noi è piaciuto moltissimo) racconta la storia dei diritti civili negli Stati Uniti con un impianto molto immersivo, tra documenti, ricostruzioni, audiovisivi e installazioni interattive.
È una visita che richiede tempo e attenzione, e lascia addosso più di quanto ci si aspetti.
Peccato solo per la parte finale della visita, dove si esce nel gift shop e Memphis, fedele a se stessa, rimette subito in campo il suo lato straniante: merchandising improbabile, oggetti un po’ kitsch, accostamenti che non sempre trovano il tono giusto, dai libri di ricette di Elvis ai calzini di Martin Luther King.
Per rimettere in moto la giornata, Gus’s World Famous Fried Chicken è una di quelle soste che risolvono tutto senza bisogno di storytelling aggiuntivo.
Pollo fritto dentro immensi contenitori di carta cilindrici, piccante il giusto, crosta seria, atmosfera diretta.
A Memphis si mangia spesso in posti che sembrano nati per essere più buoni che belli, e va benissimo così.
Poi si sale ai Sun Studio, che per la musica americana valgono quasi quanto un luogo di pellegrinaggio.
Sam Phillips li aprì nel 1950 come Memphis Recording Service, e da qui sono passati Elvis Presley, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins e una fetta enorme del suono che avrebbe definito il rock’n’roll.
Non è un posto gigantesco, ed è proprio questo il punto: vedere quanto mito sia nato in uno spazio così contenuto aiuta a ridimensionare molte narrazioni contemporanee sulla “grandezza”.
Rientrando verso il centro, la tappa al Bass Pro Shops at the Pyramid è una di quelle cose che in teoria non dovrebbero avere senso e invece funzionano.
La Memphis Pyramid fu costruita nel 1991 come arena per eventi sportivi e concerti; dopo anni di incertezza, è stata riconvertita e dal 2015 ospita questo gigantesco flagship Bass Pro Shops, colosso americano dell’outdoor lifestyle che dentro la piramide si esprime livelli quasi allucinati: retail, hotel, acqua, alberi, osservatorio, intrattenimento, tutto insieme.
È il tipo di eccesso americano che, visto dal vivo, smette di sembrare caricatura e diventa esperienza.
La sera poi si cambia di nuovo registro con la partita al FedExForum, l’arena di downtown che ospita i Memphis Grizzlies.
Per una gara pesante in ottica playoff contro i Lakers, il contesto è quello giusto: teso, rumoroso, molto americano, molto spettacolo, ma con un sottotesto sportivo che si sente davvero.