Pronti via per il nostro terzo e ultimo giorno a Baku, alla scoperta delle location meno instagrammate e lonely platinate.
La prima dell’elenco, vicina alla nostra Flame Tower, è il Tazəbəy Hamami, un bagno pubblico costruito a fine ‘800 interamente in pietra pieno oltre ogni limite di oggetti kitsch come teschi con gli occhi infiammati, nani di finto oro, catene, animali impagliati e chi più ne ha più ne metta.
Da qui andiamo a dare una rapidissima occhiata all’anonima Statuta di Nəriman Nərimanov, primo leader azero di epoca comunista (che scambiamo ovviamente per Lenin), e poi iniziamo a spostarci verso est, aggirando il centro da nord così da non ripassare per la cittadella ma per i nuovi quartieri residenziali costruiti a tempo di record per le classi popolari, molti dei quali ancora freschi di vernice in vista della Cop29 che si terrà proprio a Baku tra qualche settimana.
Bulvar enormi che si alternano a strade appena cementate, bandiere azere ovunque, negozi moderni e botteghe sgangherate: questa è la Baku NON Unesco, questa è la città che in meno di 15 anni sta provando a trasformarsi da piccola capitale ai margini dell’ex URSS a Dubai del Caspio.

Molto bello a nostro modo di vedere il brutalista Palazzo Heydar Aliyev che incontriamo lungo il nostro cammino.
Noto anche come Palazzo Baku, è la principale venue di musica di Baku, con oltre 2.500 posti a sedere, un complesso per concerti in cui si tengono eventi statali e programmi culturali, la cui sala concerti è la più grande della repubblica.
Tenendo a destra la grande stazione dei treni giungiamo in uno dei luoghi più suggestivi di Baku, lo Yaşıl Bazar, il più grande mercato ortofrutticolo della capitale.
Vero posto “local”, lontano dai tour guidati della città, offre uno spaccato reale del quotidiano dell’abitante medio di Baku e vende caviale, sottaceti di ogni tipo, frutta secca, zafferano, storioni, melograni, melanzane, melassa, tè, datteri.
Usciti dal bazar siamo praticamente giunti al pezzo forte del nostro terzo giorno: il Centro culturale Heydar Aliyev, futuristica architettura realizzata dall’immensa Zaha Hadid, un mastodonte bianco di curve sinuose e specchi d’acqua.

Lo spettacolare edificio sorge in posizione elevata all’interno di una ben tenuta area verde al centro di una zona di orribili (ma bellissimi per noi, ndr) palazzoni anonimi tirati su probabilmente per dare un tetto sopra la testa alle decine di migliaia di azeri immigrati verso la capitale nell’ultimo ventennio.
Vasto e originalissimo, esempio di architettura fluida del nostro tempo, è un puro piacere per la vista, con le sue infinite angolazioni, le sue curve e i suoi vetri.

Dentro non c’è niente di che, anche se viene classificato dalle guide come sala concerti e spazio espositivo (compresa una collezione permanente dei doni ricevuti dai Presidenti dell’Azerbaijan e una mostra interattiva sulla vita del Presidente).
Da solo è la metafora di Baku, la chiave di lettura che ci ha lasciato la capitale: moderno, nuovo, al passo con i tempi, ma al contempo vuoto, come se all’evoluzione di edifici e infrastrutture non si sia ancora accompagnata quella della società.
Il Centro Heydar Aliyev, così come le Flame Towers, il Crescent Moon Building e molti altri edifici futuristici che abbiamo visitato sono infatti in parte o del tutto vuoti, landmark di una città dove le trasformazioni sociali faticano a tenere il passo con i monumenti del nuovo Azerbaijan.